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5 febbraio 2009

i giovani democratici del Lazio con l'Anpi contro la proposta di legge 1360

 

I Giovani Democratici del Lazio aderiscono all’iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale Partigiani che si terrà a Roma, sabato 7 febbraio, per potere manifestare la contrarietà rispetto alla proposta di legge 1360 che vorrebbe equiparare ai repubblichini di Salò, partigiani militari e deportati che hanno lottato per difendere la propria libertà, dando vita ad un Ordine del Tricolore che riconosca  loro pari dignità.

Siamo sempre più indignati rispetto alla chiara volontà del governo delle destre di volere porre in atto un revisionismo storico che vorrebbe raccontare la storia modificandola.

I Giovani Democratici del Lazio riconoscono la Resistenza come l'essenza e le radici della Repubblica e condannano il volere non riconoscere come vittime i tanti che lottarono contro il fascismo e il nazismo consegnando ancora oggi alle nuove generazioni la ricerca costante della libertà di pensiero e di espressione.

Per questo ci batteremo a difesa della storia e della nostra cultura antifascista, contro la proposta di legge 1360, una legge anticostituzionale che vorrebbe rovesciare le parti, che non consentirebbe di tramandare nel tempo una delle più terribili ma allo stesso tempo più importanti pagine della storia del nostro paese.




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22 gennaio 2009

Assemblea regionale giovani democratici del Lazio

Domenica 25 gennaio 2009 a Roma si terrà la prima Assemblea Regionale dei Giovani Democratici del Lazio. Ho deciso di candidarmi alla guida della nostra organizzazione per costruire insieme il nostro futuro.

UNA NUOVA POLITICA PER UN FUTURO MIGLIORE DA COSTRUIRE INSIEME

Le ragioni per le quali ho scelto di candidarmi alla Segreteria Regionale dei Giovani Democratici del Lazio, sono semplici e partono da un unica convinzione: dare voce ad una generazione che ha molto da offrire, ad una società che però tende a non offrirle spazi.
Dopo le elezioni primarie del 21 novembre, é arrivato il momento di capitalizzare quell'importante risultato in termini di partecipazione, ragazze e ragazzi che hanno aderito ad un grande appuntamento democratico, che adesso hanno bisogno di essere guidati nelle scelte concrete e nell'azione politica dell'organizzazione che loro stessi hanno concorso a costituire.
Penso che il primo passo da compiere sia superare le logiche di contrapposizione che vivevano internamente alle due organizzazioni giovanili che hanno dato vita ai Giovani Democratici, per tendere a costruire tutti insieme, un soggetto politico ad una sola voce.
Questo primo obiettivo ha bisogno della collaborazione di tutti ma per giungere ad un idea comune di organizzazione giovanile, si ha bisogno di ridare spazio e voce alla discussione e al confronto politico, dove le diverse esperienze possano confrontarsi e costruire sintesi.
In un momento così difficile per il Partito Democratico ma in generale della politica nel nostro paese, ritengo sia fondamentale tornare a produrre cultura politica, attraverso il dibattito, l'elaborazione e lo scambio di idee, la promulgazione di progetti volti a parlare al cittadino; tutto questo vedrà l'organizzazione impegnarsi in due fasi fondamentali: il radicamento prima e la formazione poi.
I Giovani Democratici del Lazio, dovranno essere parte attiva e propositiva della società, essere presenti in tutti i luoghi di aggregazione giovanile, interpretare le molteplici necessità del territorio, offrire risposte.
Il territorio non é un agglomerato di circoli, di enti pubblici ma il luogo dove vivono le giovani generazioni, il luogo dove queste generano coscienza e conoscenza, sviluppo e innovazione é rapporto diretto con il cittadino.
I territori del Lazio non sono omogenei, vivono al loro interno criticità molteplici.
Avremo bisogno quindi di sapere valorizzare i due aspetti del Lazio; la grande metropoli capitale d'Italia e il patrimonio di provincia che ha bisogno di essere tutelato e valorizzato. Non si può immaginare una azione politica incapace di tenere insieme Roma, con le sue ricchezze e la sua capacità di sviluppo, con le altre preziose caratteristiche del nostro territorio per dare vita ad una grande regione che cresce simultaneamente dal punto di vista economico, sociale e culturale.

Per questo sarà necessario fare passare il radicamento dell'organizzazione attraverso la condivisione di tutte le istanze che dal territorio raccoglieremo.

I Giovani Democratici oltremodo, avranno il compito primario di organizzare e rappresentare le ragazze e i ragazzi che si riconosceranno nel nostro progetto ma soprattutto preparare la classe dirigente del nostro futuro.

Sarà necessario rimettere la formazione politica al centro della nostra azione.

Solo passando attraverso la conoscenza saremo in grado di programmare la nostra attività, affinché questa sia un organizzazione giovanile che costantemente promuove e realizza progetti.
Un contributo importante rispetto a questo, lo potranno fornire i giovani amministratori.
Intorno a loro e attraverso di loro, sarà possibile concretizzare la nostra azione ma dovremo offrire a loro strumenti adeguati per inserirsi nel mondo amministrativo con più facilità.
Così sogno i Giovani Democratici, uniti e forti nel condividere ed esternare le proprie idee.
E' nel dialogo e nel confronto unitario che avremo la possibilità di mettere in piedi un nostro programma, a partire da temi fondamentali.
La scuola e l'università valorizzate come strumento di sviluppo collettivo ed individuale: no al taglio fondi, no alla cultura e all'insegnamento gestiti dai privati, no ai decreti 133 e 137 del Ministro Gelmini.
Investire sulla ricerca, garantire accesso e pari opportunità per ognuno garantendo la crescita di una società consapevole, offrire ai giovani aiuti economici e riconoscimenti sociali che passino per il merito, queste sono le prime obiettivi da concretizzare.
Prestando attenzione al tema del lavoro: per un welfare che oltre a redistribuire ricchezze offra opportunità di mobilità, per un mercato del lavoro che garantisca flessibilità, lotta al precariato.
Mostrare sensibilità alle problematiche ambientali: ridurre gli agenti inquinanti, sostenere uno sviluppo tecnologico volto a diminuire i consumi delle fonti energetiche non rinnovabili.
In un momento in cui la politica non appare più come mezzo per interpretare i bisogni dei cittadini e vive una sua crisi profonda rispetto al rapporto di fiducia con la società, nascono i Giovani Democratici.
Una grande novità per il futuro della politica.
Ragazze e ragazzi che intorno ad un idea comune di rinnovamento politico, coordinati a livello nazionale, rilanciano una nuova sfida: costruire un grande soggetto generazionale che insieme ci impegni nella costruzione del nostro futuro.
Il lavoro che ci attende é ambizioso, questa é solo una prima mappatura.
Solo insieme potremo farlo.




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19 novembre 2008

i seggi

 
CASSINO BIBLIOTECA COMUNALE CENTRO ARCOBALENO
ESPERIA SEDE PD CORSO VITTORIO
PONTECORVO SEDE PD VIA ROMA
SANT AMBROGIO SEDE ANSPI
SORA PZZA RISORGIMENTO
SAN DONATO SEDE PD PZZA COLETTI
ARPINO COMUNE VIA CICERONE
CEPRANO SEDE PD
FROSINONE EX FED DS PZZA GARIBALDI
CECCANO SEDE PD PZZA 25 LUGLIO
VILLA S STEFANO SEDE PD SAN SEBASTIANO
VEROLI PZZ VITTORIO VENETO
ALATRI PIAZZA MAGGIORE
ANAGNI LA PASSEGGIATA
PIGLIO CENTRO POLIVALENTE
FERENTINO SEDE PD PZZA DELLA CATENA




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11 novembre 2008

aperitivo!




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29 ottobre 2008

Mobilitazione!

 

GIOVEDÌ 30 OTTOBRE 2008 ALLE ORE 9:15 SI TERRÀ AD ANAGNI, IN VIA REGINA MARGHERITA, UNA MANIFESTAZIONE DI PROTESTA
CONTRO LA RIFORMA GELMINI.
SIETE TUTTI INVITATI A PARTECIPARE!

da: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-1/scheda-leggi/scheda-leggi.html?ref=search

Dal maestro unico ai precari
le leggi al centro della protesta

Dal maestro unico ai precari degli enti di ricerca: ecco tutti i motivi di una protesta che da settimane porta in piazza insegnanti, alunni e genitori, tutti contro il ministro dell'istruzione, dell'Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini.

Il maestro unico. Il maestro unico. Il ripristino del maestro unico nella scuola primaria sin dal prossimo anno scolastico è uno dei temi che mette d'accordo insegnanti, genitori e buona parte dei pedagogisti. Il team (tre insegnanti che operano su due classi) ha portato la scuola elementare italiana ai primi posti nelle classifiche internazionali. Il nostalgico ritorno al maestro unico, spiegano i sindacati, è dettato soltanto da "necessità di cassa" e accorcerà il tempo scuola a 24 ore settimanali: 4 ore e mezzo al giorno
(il testo della legge). Stesso discorso per la scuola dell'Infanzia che dal prossima anno rischia progressivamente di vedersi accorciare il tempo scuola. Attualmente il cosiddetto tempo normale (dalle 8 alle 16) è diffuso nel 92 per centop delle classi. Il Piano Gelmini prevede che progressivamente, e in relazione alle richieste dei genitori, il tempo obbloigatorio passi a 5 ore giornaliere.

I tagli agli organici della scuola. I pessimisti parlano di smantellamento della scuola pubblica italiana, il governo parla di tagli per eliminare gli sprechi. Sta di fatto che la Finanziaria estiva prevede una autentica cura da cavallo per il personale della scuola. Una serie di "operazioni", come quella del maestro unico o la riduzione delle ore di lezione alla media e al superiore, consentiranno all'esecutivo di tagliare 87 mila e 400 cattedre e 44 mila e 500 posti di personale Ata: amministrativo, tecnico e ausiliario. Saranno i 240 mila docenti precari delle graduatorie provinciali a pagare il salatissimo prezzo della "razionalizzazione" delle risorse e gli 80 mila Ata che ogni anno consentono alle scuole di funzionare
(il testo della legge)
Le classi per gli alunni stranieri. La creazione di classi differenziate per gli alunni stranieri, "rei" di rallentare i processi di apprendimento degli alunni nostrani, non era messa in conto. Ma da quando la Lega ha preteso e ottenuto l'approvazione di una mozione che istituisce di fatto le classi "per soli stranieri" la questione si aggiunge al lungo elenco di motivazioni che portano il mondo della scuola a protestare (il testo della mozione)

La chiusura delle scuole. Per rastrellare alcune centinaia di posti di dirigente scolastico e, bidello e personale di segreteria il ministro Gelmini ha imposto alle regioni, che si sono ribellate, di mettere mano ai Piani di dimensionamento delle rete scolastica. Secondo i calcoli effettuati dai tecnici di viale Trastevere, una consistente fetta delle 10.766 istituzioni scolastiche articolate in quasi 42 mila plessi scolastici va tagliata. Così circa 2.600 istituzioni scolastiche autonome rischiano di essere smembrate e accorpate ad altri istituti. Ma quello che preoccupa maggiormente gli amministratori locali è che il ministero vorrebbe cancellare dalla mappa scolastica del Paese circa 4.200 plessi con meno di 50 alunni.

Il contratto dei prof. Non è uno dei punti più indagati dai media ma i sindacati ricordano al governo che maestri e prof hanno il contratto scaduto da 10 mesi. E in tempi di tempeste finanziarie e inflazione galoppante la questione appare di un certo rilievo.

Il provvedimento "ammazza precari" degli enti di ricerca. Il tourbillon tocca anche le università e gli enti di ricerca dove la protesta ha già dato luogo ad occupazioni e manifestazioni che vedono gomito a gomito studenti e professori, a partire dalla legge 133 sui precari
(il testo).
In base a un disegno di legge, già approvato dalla Camera, che contiene una norma sulla stabilizzazione dei precari, 60 mila cervelli nostrani che fino ad oggi hanno lavorato presso università ed enti di ricerca rischiano di vedere andare in fumo i loro sogni. Se gli enti da cui dipendono non riusciranno a stabilizzarli entro il 30 giugno 2009 dovranno trovarsi un'altra sistemazione: magari all'estero
(il testo del provvedimento)

La privatizzazione delle università. La coppia Tremonti-Gelmini, secondo studenti e mondo accademico, ha messo al collo degli atenei un autentico nodo scorsoio che li metterà nelle mani dei privati. La legge 133 prevede la riduzione annuale, fino al 2013, del Fondo di finanziamento ordinario e un taglio del 46 per cento sulle spese di funzionamento. Un combinato che, tagliando in pochi anni 1,4 miliardi di euro, farà mancare l'ossigeno agli atenei e li costringerà, anche attraverso la trasformazione in Fondazioni, a cercare capitali privati.

Il turn over "col contagocce". Ogni cinque professori universitari che andranno nei prossimi anni in pensione gli atenei potranno assumere un solo ricercatore. Quella di entrare stabilmente nel mondo universitario, per migliaia di precari già in forze presso gli atenei, diventa un autentico miraggio. Per questo gli studenti dell'Unione degli universitari hanno coniato lo slogan "sorridi ... se ci riesci".




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23 ottobre 2008

FIRMA L'APPELLO!!!

 

Il testo dell'appello ed i primi 100 firmatari

In poche ore, dopo l’intervento del presidente del Consiglio che ha proposto di mandare la polizia nelle università contro le occupazioni, c'è stata una grandissima adesione di studenti, ricercatori, assistenti e professori
al manifesto-appello “Salva l’Italia: i giovani in piazza il 25 ottobre” che abbiamo lanciato oggi pomeriggio. Una reazione forte, commenta la prima firmataria Pina Picierno, minsitro ombra delle Politiche Giovanili "che testimonia l’
indignazione provocata dalle parole del presidente del Consiglio che ha paragonato insegnanti, bambini, madri e intere famiglie a pericolosi sovversivi, contro cui impiegare la forza pubblica".

Pubblichiamo il testo integrale dell'appello e le prime firme:
I GIOVANI IN PIAZZA IL 25 OTTOBRE

Salva l’Italia. Perché? Perché siamo giovani, il futuro di questo Paese è soprattutto il nostro e questo è senza dubbio il governo che ha manifestato la maggiore ostilità nei confronti delle ragazze e dei ragazzi. Non avremmo mai pensato in pochi mesi di veder peggiorare giorno dopo giorno le nostre condizioni di vita e le nostre aspettative così in fretta.
Ci fa paura pensare che il motivo sia uno solo, e semplice: far cassa pregiudicando il futuro di chi tra 20 anni sarà al centro della vita italiana.
Siamo convinti invece che affrontare e risolvere i problemi che ci riguardano, confrontarsi con noi che ogni giorno li viviamo sulla nostra pelle, significa finalmente gettare via le incrostazioni che impediscono al nostro Paese di crescere. È un elenco lungo e sono tutte priorità allo stesso modo. I diritti di un ragazzo come quello ad un lavoro stabile all’altezza del proprio talento, a una casa e non a una stanza di pochi metri quadri in periferia, magari affittata in nero e le priorità di una generazione: dal diritto allo studio, a quello ad uno sviluppo sostenibile, passando per il diritto alla legalità, perché non vogliamo più vedere le nostre terre violentate dalla criminalità.
Per tutte queste ragioni saremo in piazza il 25 ottobre, insieme al Partito Democratico.


PER SALVARE LA SCUOLA
Un Paese cresce se ha un buon sistema formativo: una scuola pubblica di qualità è l’unica leva per sbloccare l’ascensore sociale garantendo le pari opportunità, come sancito dalla nostra Costituzione.
Il Governo invece ha deciso, da solo, una ricetta fatta da un mix di tagli irrazionali, annunci mediatici e un’idea di scuola retrò. La destra giudica il sistema formativo dai grembiuli e dai voti in condotta, guarda all’ istruzione e alla conoscenza come una spesa e non come un investimento.
Il Ministro Gelmini e il Ministro Tremonti pensano ad una scuola che deresponsabilizza gli studenti, umilia i docenti, lascia al degrado gli edifici scolastici, peggiora la didattica e manda i ragazzi a lavorare il prima possibile, senza la preparazione necessaria.

La scuola si salverà solo se sarà inclusiva, se tra i banchi siederanno ragazzi messi nelle stesse condizioni di partenza, valutati solo per i propri meriti.
Per questo vogliamo una scuola più qualificata, più efficiente, più moderna con al centro gli studenti e il loro futuro.
Per questo gli studenti e le studentesse, gli insegnanti, che in queste settimane si stanno mobilitando, devono essere in piazza il 25 Ottobre.

PER SALVARE L’UNIVERSITA’, PER SALVARE LA RICERCA
L’università è stata mortificata. Limitando le assunzioni del personale a tempo indeterminato al 20% dei pensionamenti, tagliando al Fondo di Finanziamento per le spese di funzionamento 1 miliardo e 441,5 milioni in 5 anni, dando la possibilità per gli Atenei di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato. Sono tutti provvedimenti che scardinano il carattere pubblico e la centralità degli Atenei.
Con quali conseguenze? L’aumento delle tasse è incontrollabile, didattica e ricerca si trovano vincolate ai finanziatori privati, si estende a macchia d'olio il numero chiuso. Fuggiranno altri cervelli e rimarrà in piedi un sistema universitario per pochi privilegiati.

L’esatto contrario di quello che servirebbe, perché la conoscenza è la bussola più utile e necessaria per orientarsi nel nostro tempo.
Per questo gli studenti universitari, i ricercatori e il personale dell’università, che già si sono mobilitati in queste settimane devono essere in piazza il 25 Ottobre.

PER SALVARE IL TALENTO

Nepotismo, caste, interessi particolari. Sono i killer di intere generazioni di talenti e vanno fermati. I nostri talenti diverranno una risorsa per l’Italia se incoraggerete merito e pari opportunità. Senza il coraggio di un’inversione di rotta talento resterà una parola vuota, schiacciata dagli atti del governo. Le norme antiprecari, la deregolamentazione dei contratti a termine, la reintroduzione delle dimissioni in bianco, non sono misure che renderanno più facile l’incontro tra domanda e offerta nel mercato del lavoro ma colpi d’accetta alle nostre aspirazioni, alla nostra voglia di contribuire alla crescita del Paese.
La lotta alla precarietà è indispensabile per darci prospettive di vita dignitosa.

Vogliamo estendere a tutti i lavoratori le tutele fondamentali, secondo i principi della Carta dei diritti. Sappiamo che non è possibile pensare solo a garantire stabilità ai singoli posti di lavoro, ma si deve invece garantire continuità all’occupazione, facendo della formazione permanente un nuovo diritto di cittadinanza.
Non basterà: il governo deve impegnarsi per tutelare i redditi in caso di disoccupazione e per un sistema efficiente di servizi, di formazione e di occasioni per il reimpiego. Così nel resto d’Europa si sta affrontando il problema e solo ad un sistema di tutele complesso e flessibile possiamo ispirarci per permetterci di avere le stesse opportunità dei nostri coetanei europei.

Per questo le giovani lavoratrici e giovani lavoratori sono chiamati a difendere il proprio futuro scendendo in piazza il 25 Ottobre.

PER BATTERE IL RAZZISMO, PER UNA NUOVA CITTADINANZA
Girando per strada, nei locali, sul bus che ogni giorno ci porta a scuola o al lavoro, respiriamo un clima crescente di paura, di chiusura verso gli “altri”, di insicurezza diffusa, di intolleranza. È un clima che la cronaca conferma puntualmente con terribili aggressioni, storie di violenza e di razzismo. Ma le risposte del Governo come sono? Vaghe e timide.
Dobbiamo mettere in campo proposte che parlino di inclusione, fondate sul rispetto della legalità da parte di chi arriva nel nostro Paese e dall’impegno a un’integrazione non solo di facciata da parte nostra.
In Italia vivono oltre un milione di ragazze e ragazzi che i giornali chiamano “le seconde generazioni”. Sono i figli e le figlie di immigrati. Nati in Italia non sono cittadini italiani, oggi sono ancora seduti sui banchi di scuola accanto a noi, ma un domani non potranno votare né farsi eleggere in Parlamento. Pensare alle loro esigenze e dar loro rappresentanza significa creare un paese interculturale, che affianca ai doveri la certezza del diritto.

Per una società interculturale che combatta il razzismo giorno dopo giorno, cominciando a dare cittadinanza ai minori stranieri e alle seconde generazioni, bisogna essere in piazza il 25 Ottobre.

PER SCONFIGGERE TUTTE LE MAFIE
Non vogliamo vivere nella paura e nell’oppressione delle organizzazioni criminali, che umiliano il nostro Paese e lo avvelenano giorno dopo giorno.
La società e la politica devono essere bonificati dall’influenza della criminalità organizzata, dobbiamo distruggere la camorra, la mafia, la ’ndrangheta combattendo quella che è una vera e propria guerra di liberazione da portare avanti tutti insieme. Non basta dire di stare dalla parte di chi denuncia questo cancro, dobbiamo scendere in piazza ogni giorno accanto ai nostri coetanei e alle persone più grandi che hanno scelto di urlare forte che le mafie stanno uccidendo tutto il Paese, che hanno indicato come lo stanno facendo, con nomi e cognomi. E non basterà: se in Parlamento, nei tribunali, in ogni Comune saremo dalla loro parte la criminalità organizzata riceverà un colpo mortale. Giorno dopo giorno riusciremo a demolirla.

Per questo le ragazze e i ragazzi del Mezzogiorno, hanno un motivo in più per scendere in piazza il 25 Ottobre.
OLTRE AI PRIMI 100 FIRMATARI TRA CUI
FAUSTO RACITI
PINA PICIERNO
DARIO MARINI

ENRICO PITTIGLIO




permalink | inviato da generazionepd il 23/10/2008 alle 0:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

20 ottobre 2008

Grazie Vittorio!

 

primopiano
Pensare agli altri

oltre che a se stessi,

al futuro

oltre che al presente

                            Vittorio Foa




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20 settembre 2008

PER UNA FESTA DAVVERO "DEMOCRATICA"

 In questi giorni, la concentrazione della politica provinciale verterà tutta sulla Festa del Partito democratico di Frosinone. Un evento sicuramente importante per radicare il partito, far conoscere le politiche ed i dirigenti dello stesso. Viviamo in una situazione politica piuttosto delicata, dove un governo di destra continua a proporre politiche scellerate e il nostro Partito fatica a dettare l’agenda politica. Un periodo delicato per le scadenze elettorali della prossima primavera. Scadenze elettorali che vedono già i soliti nomi ad un fermento piuttosto prematuro. Continuiamo a leggere sugli organi di stampa aperture sulla coalizione che dovrà presentarsi alle elezioni provinciali, lo sbandierare il classico giovanilismo di facciata. Questo ci induce ad alcune riflessioni. Come può una festa che si ritiene sia Democratica non tener conto di tutte le anime e le personalità del Partito? Come si può continuare a parlare di una grande coalizione e poi la festa è incentrata solo su personaggi che sono sul palco della politica da ormai quasi 20 anni? Non sarebbe stato il caso di invitare personalità che siano rappresentative delle realtà che andranno a comporre la coalizione di domani?

Il nostro è un grande partito a vocazione popolare e la grande partecipazione alle elezioni primarie dell’inverno scorso ne ha identificato le caratteristiche. Crediamo sia opportuno richiamare tutta quella gente per scegliere i candidati che esprimerà il nostro partito alle elezioni amministrative, in un’operazione trasparente e democratica.

In questi giorni poi vediamo come il ricambio generazionale stia dettando l’agenda politica locale e nazionale, Si sta costruendo, e si farà anche questa attraverso le elezioni primarie del 18 ottobre, l’organizzazione giovanile del PD un’organizzazione che noi immaginavamo autonoma, indipendente, ma purtroppo ci arrivano segnali sconcertanti, telefonate a pioggia sui territori che promettono carriere luminose negli organismi dirigenti. Giù le mani dalle primarie dei giovani, insomma. Una nuova generazione ha il diritto di autodeterminare il suo percorso.

Quale potrebbe essere, se non la Festa del partito lo spazio ideale per dare voce alle giovani generazioni? Come si può pretendere di parlare alle giovani generazioni se non si ascoltano le proprie voci?

Qualcuno nella calendarizzazione della festa riteneva che Fausto Raciti, probabilmente candidato alla segreteria nazionale dei giovani democratici, fosse un cantante o un cabarettista visto l’orario a tarda sera. Non possiamo più tollerare che i giovani del PD di questa provincia, tanti dei quali giovani amministratori, siano trattati come dei semplici riempi sedia per questa o quell’altra iniziativa. Vogliamo degli spazi che ci mettano in condizione di esprimere nuove idee e progetti per il futuro del nostro Partito e del nostro Paese.

Se ci permettiamo di dissentire da alcune scelte della segreteria del partito è perché crediamo che sia necessario che il partito si confronti con i giovani. Noi vogliamo essere presenti a tutti gli effetti nel partito, ma deve essere chiaro che i Giovani Democratici viaggiano su un binario,sì parallelo, ma distinto dal Partito Democratico. Di questo siamo e saremo sempre fieri, perché ci permette di esprimere la nostra posizione che è chiara, condivisa ed elaborata in piena autonomia.

Una posizione che ora è diversa, ma che deve essere presa come stimolo al partito per riflettere e crescere. Noi Giovani Democratici vogliamo essere, parafrasando Socrate “tafani ai fianchi del partito”.

Crediamo che questo sia il nostro obiettivo, se siamo giovani che hanno “qualcosa da dire”.




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15 settembre 2008

SCUOLA!

 

In questi giorni assistiamo al tentativo sempre più scellerato di un progressivo smantellamento del futuro dei giovani italiani. I disastri di un governo sempre più confuso e fuori dalla realtà italiana porteranno ingenti danni ai settori cruciali per il futuro delle giovani generazioni, per la crescita e l’innovazione dell’intero Paese.

SCUOLA ritorno al futuro?

Pare che la Gelmini abbia preso la famosa Deloraen del film “ritorno al futuro” e abbia digitato sul display 1950. l’Italia scolastica si è così risvegliata con il maestro unico, con la divisa, con tagli esasperanti e con sempre più disuguaglianze sociali.

Caro ministro non si scherza con il futuro dei ragazzi!!

Ci sono aree sulle quali è necessario operare tagli. Ma non è certo quello della scuola il settore in cui portare la spesa pubblica al di sotto della media europea.

Il futuro dell’Italia si gioca su formazione, scuola, ricerca e università.


7 miliardi e 800 milioni di euro di tagli in tre anni. 87mila insegnanti in meno, 42mila di personale Ata. La scuola passa da settore strategico a solo capitolo di spesa. Con conseguenze disastrose.

Non c’è nessuna ispirazione strategica dietro queste scelte, ma solo drammatici effetti. Il primo è la conclusione o la netta diminuzione del tempo pieno alle elementari e il tempo prolungato alle scuole medie. Nonostante le vuote rassicurazioni del ministro Gelmini, infatti, non ci sono le possibilità di mantenere gli standard attuali, ponendo così fine ad un’esperienza educativa e sociale importantissima.

La scuola non deve essere un ammortizzatore sociale ma è il primo grande luogo che fa della giustizia sociale e delle pari opportunità il proprio obiettivo prioritario. Altro effetto indesiderato dei tagli alla scuola, è la chiusura degli istituti in tanti piccoli centri, nelle isole minori e nei comuni di montagna. Le conseguenze consisteranno in un aumento dei costi per gli enti locali, un aumento dei numeri nelle scuole, e, ancora più grave, un aumento dell’abbandono scolastico.

Il terzo drammatico effetto della cura Tremonti-Gelmini è la riduzione del numero degli insegnanti di sostegno, all’interno del taglio del corpo insegnanti. Dentro questo desolante quadro, la cosa più assurda è che a pagare il prezzo più alto saranno ancora una volta le donne. Donne insegnanti che lavorano, e donne che devono prendersi cura dei figli o degli anziani e che a causa del cambio di abitudini quotidiane, dettate dalla fine del tempo pieno, avranno mille difficoltà in più. Ultima conseguenza di questa scellerata politica è che si continua a penalizzare il lavoro degli insegnanti, degli insegnanti precari in particolare.

I giovani insegnanti precari, i giovani iscritti alle SSIS saranno forse impegnati come operatori turistici. Se il ministro vuole andare in vacanza lo faccia subito, prima di distruggere il futuro del Paese.

Altro capitolo desolante della saga Gelmini-Tremonti è la rotta che va verso la privatizzazione delle università statali con tutte le conseguenze che ognuno di noi può immaginare.

Con l’introduzione e la creazione di fondazioni private, si andrà sempre più verso una maggiore disuguaglianza sociale. Avremo la chiusura di piccole università, specializzate che non avranno la forza di attirare fondi privati.

La cosa che fa più ribrezzo è che il tutto ricadrà fin da subito sugli studenti e sulle famiglie: aumento delle tasse universitarie in primis!!!! Tutto questo ovviamente a discapito dei ceti meno abbienti, e visto che l’impoverimento della popolazione e il costo della vita è sempre maggiore diventerà sempre più difficile far studiare i propri figli.

Sicuramente a questo governo l’istruzione fa paura, ce lo dimostrano le frasi aberranti sull’8 settembre del Ministro La Russa, e il tentativo di smembramento dell’Istruzione italiana ce lo fa capire.I Giovani Democratici della Provincia di Frosinone, esprimono piena solidarietà agli insegnati, ai dirigenti scolastici, al personale ATA, ai ricercatori e gli studenti per l’attacco frontale che questo governo sta portando avanti nei propri confronti. Invita tutti a prendere iniziative e ad una mobilitazione forte.

Buon anno scolastico a tutti!!!!!




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7 settembre 2008

ecco il manifesto!!!

 Pensare l’ Europa, modernizzare l’Italia, vivere il mondo
Per un  nuovo “umanesimo” Europeo


Il sistema economico e ambientale del pianeta è da decenni caratterizzato da continui e repentini processi di trasformazione.  Il superamento dello Stato-Nazione come esclusivo titolare della sovranità, l’ampliarsi della cifra di interdipendenza globale, l’accentuazione della competizione fra sistemi e macroaree territoriali, lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione, sono i tratti distintivi dell’odierno “spazio globale”.  La frattura dell’alleanza tra Stato Mercato e Democrazia - e quindi tra politica ed economia - che aveva caratterizzato il progetto di prima modernità, pone allo schieramento riformista del XXI secolo nuove domande di libertà  e di giustizia sociale. Un inedito ordine del mondo che necessita di più politica e che, invece, registra la sempre maggiore difficoltà da parte di essa di porsi all’altezza del livello attuale dello sviluppo delle forze produttive, della circolazione e dei consumi ovvero, la sempre maggiore distanza progettuale fra una economia cosmopolita e globale e una politica nazionale (o peggio) regionale, micro-territoriale e localistica.

La guerra al terrorismo, a otto anni dalla sua dichiarazione, ha prodotto qualche effimero successo e numerose tragedie.  La destabilizzazione di un’area del pianeta che va da Marrachech a Jakarta, i sanguinosi pantani di Afghanistan e Iraq sino al mai risolto dramma israelo-palestinese, mostrano con tutta evidenza il fallimento della strategia del solo hard power e la necessità di un rinnovato impegno nella politica del dialogo.  Sul versante europeo l’Unione vive forse la crisi più grave della sua storia. Compressa tra le aspirazioni neo-isolazioniste di alcuni paesi membri e l’incapacità di mostrarsi compiutamente attore globale, paga dazio alla crisi economica e rischia di arenarsi come progetto culturale, prima che economico. Ad est, nuove e pericolose tensioni attraversano quello che fu il blocco sovietico e rischiano di innescare una nuova devastante corsa agli armamenti mentre, ad oriente, un nuovo continente cresce a ritmo triplo rispetto al resto del mondo e si appresta a costruire dopo cinquecento anni un nuovo impero.  Lo stato climatico del nostro pianeta ci pone di fronte all’ipotesi non più remota di scenari molto vicini ad una catastrofe ambientale senza ritorno.

Abbiamo il dovere di lasciare alle future generazioni un mondo ancora vivibile, e se possibile più vivibile del nostro: affrancato dalla dipendenza dal petrolio e dai combustibili fossili; in quanto basato su un’organizzazione energetica razionalizzata e imperniata sulla diffusione capillare, a rete, delle fonti rinnovabili; affrancato dall’ideologia della crescita illimitata dei consumi, che ha come rovescio l’emergenza rifiuti, per la gran parte non riciclati né smaltiti. Esiste, “il 50 per cento delle probabilità che le future generazioni non vedano l’inizio del nuovo secolo”.
Le nuove generazioni hanno il dovere di puntare sulla dimensione ambientale come volano di sviluppo per fare delle caratteristiche naturali di un paese, della bellezza dei territori, della qualità nel settore agroalimentare, delle aree protette un punto di forza della sua economia.
Investire risorse nell’ambiente significa credere nell’innovazione, dare attuazione a nuove tecnologie a sempre minor impatto, diffondere un’idea di progresso che possa vedere attori tutte le parti sociali e i cittadini di ogni livello socio-economico e culturale.

Quella energetica, è una sfida tutta aperta e tutta da vincere, che le giovani generazioni nella loro naturale spinta al cambiamento, non possono non affrontare. La globalizzazione con il movimento sempre più rapido delle merci, dei capitali e dei saperi, sta sviluppando con progressiva  intensità consistenti flussi migratori di persone – in qualche modo simmetrici agli imponenti fenomeni di delocalizzazione dell’industria - in cerca di lavoro o semplicemente di una speranza di vita migliore.
Ciò che pone a sua volta inedite esigenze di cittadinanza, integrazione e  partecipazione democratica a livello globale e locale. Tutto questo, riassumibile con l’immagine di nuove e poderose masse umane che si affacciano sulla soglia della storia e del progresso, impone una riflessione generale e seria sul futuro del pianeta, sulla sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, ma anche sulla natura stessa e sulla qualità e il valore della democrazia occidentale.
A tali dinamiche “strutturali” si aggiunge un processo imponente di mutazione globale delle identità e delle culture.  I singoli individui e le comunità sono infatti oggi immersi in un flusso comunicativo continuo, in cui si muovono costantemente come “attori” passivi e attivi di un complesso sistema mediatico, veicolo delle visioni del mondo e talvolta di bisogni indotti, che ha marginalizzato i tradizionali vettori di conoscenza e formazione di “senso comune”: i giornali, i libri, ma addirittura anche l’educazione familiare, sociale e scolastica.  Nella cosiddetta “società dello spettacolo” la maggior parte di noi è esposto a continue sollecitazioni fin dalla più giovane età, quando ancora i personali strumenti cognitivi e interpretativi sono in via di costruzione, ponendo inediti compiti per la famiglia, per le tradizionali politiche scolastiche, e per nuove politiche di formazione lungo tutto l’arco della vita a contrasto dell’analfabetismo recidivo e di ritorno.

La posta in gioco è la competenza critica dei cittadini, garanti ultimi di un corretto funzionamento della democrazia.  Per la complessità e la delicatezza di questi scenari è necessario potenziare e costruire, sin dentro le opinioni pubbliche euro-atlantiche, il consenso sul ruolo dei soggetti pubblici sopranazionali.  Il progetto politico e costituzionale dell’Unione Europea è la priorità politica e culturale degli innovatori del XXI secolo.  Nel solco della nuova Europa, seminato a Lisbona, dovrà crescere ed affermarsi una intera generazione di italiani. È nello spirito dell’Europa, infatti, nelle sue ragioni e nei suoi valori, che risiedono gran parte delle ragioni dell’impegno politico delle ragazze e dei ragazzi italiani; quella generazione che, a partire dalla specificità dell’esperienza dei soggiorni di studio Erasmus, dimostra di essere quella più direttamente coinvolta dall’incidenza della prospettiva comunitaria nella formazione di un idem sentire e di una comunanza di valori tra i popoli d’Europa:  la pace giusta come costante esercizio politico fra i conflitti, il rispetto dei diritti umani e civili, la libertà di circolazione di idee e persone, il mercato concepito come uno spazio di libertà e di intrapresa a cui presidiano regole certe e salde, il lavoro come tratto fondamentale della cittadinanza e perciò in grado di liberarsi dalle tante forme di precarietà, la sussidiarietà verticale e orizzontale rispettosa della libera iniziativa e dell’aspirazione delle comunità locali all’autogoverno, l’euro e la sua forza di moneta globale.

La nostra è la generazione del multilateralismo, del dialogo tra i popoli e le religioni, della corrispondenza tra la costruzione della pace e la realizzazione della giustizia.
Per questo le straordinarie mobilitazioni per la pace e per una globalizzazione più giusta, hanno segnato il momento di prima socializzazione politica di migliaia di giovani italiani. Anche da quella forza e da quell’entusiasmo è necessario trarre continuo alimento per la futura vita di una grande organizzazione progressista.

Per una nuova e diversa idea della modernizzazione nazionale

I problemi dei giovani italiani sono quelli di un intero paese che deve imparare a tornare a guardare con maggiore fiducia al futuro.  Le incognite con le quali essi si confrontano, sono quelle della transizione a una prospettiva di sviluppo fondata sul principio di qualità e di apertura, che possa coniugare maggiori possibilità di mobilità con un’ampia gamma di opportunità e di tutela e renda possibile l’avvio e il perseguimento, per ciascuno, di un autonomo cammino familiare e professionale. La questione generazionale in Italia non può essere declinata solo su basi vertenziali. Essa è, infatti, oggi più che mai questione che riguarda la sostenibilità di un equilibrio politico, economico, sociale. La democrazia italiana, sbocciata dalle macerie della dittatura fascista, si avviò dal primo dopoguerra e per oltre un quarto di secolo, su di un sentiero di sviluppo sostenuto, recuperando in poco tempo una parte importante del ritardo che la divideva dai paesi con più elevati livelli di benessere economico. Lo sviluppo, pur connotato da tensioni sociali e conflitti distributivi, beneficiò di diversi fattori, endogeni ed esogeni, che consentirono di conseguire fortissimi guadagni in termini di produttività del sistema economico e di conseguenza, un innalzamento complessivo della qualità della vita e della diffusione della ricchezza.
La crescita dell’economia, di durata e intensità del tutto nuove per il nostro paese, fu accompagnata da un innalzamento progressivo del livello d’istruzione della popolazione, che combinato efficacemente con lo stato delle conoscenze tecnologiche, determinò l’inclusione di nuove forze lavoratrici e contribuì alla modernizzazione della società, consentendo la tenuta della democrazia anche nei momenti in cui più forte e violento si levò dalla follia terrorista l’attacco al cuore dello Stato.

Istruzione

Dai primi anni Novanta, la semplificazione della mobilità di beni e capitali finanziari, l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le biotecnologie, le tecnologie dei materiali sottili, sono intervenute a mutare radicalmente le caratteristiche dello sviluppo economico a livello globale. Esse disegnano nuove gerarchie, rivoluzionano i processi produttivi, modificano in modo sostanziale - soprattutto nei paesi avanzati - le caratteristiche dell’input di lavoro domandato dalle imprese, la struttura dei consumi, la tipologia e il contenuto tecnologico delle produzioni.
Tali trasformazioni hanno gradualmente reso determinante la capacità di un paese di accrescere e migliorare continuamente il livello di istruzione della sua popolazione.  Questo motore della crescita civile ed economica riveste una capitale rilevanza nelle fasi di progresso tecnico come quello odierno; l’acquisizione di un livello avanzato di conoscenze è, infatti, condizione essenziale perché un sistema possa innovarsi adattando le sue strutture produttive al nuovo paradigma tecnologico; ma i benefici derivanti dall’innalzamento complessivo del tasso d’istruzione non possono misurarsi con soli parametri econometrici.  Il “capitale sociale” - definito come l’insieme delle istituzioni, delle norme sociali di fiducia e reciprocità nelle reti di relazioni formali e informali che favoriscono l’azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione di benessere - è uno straordinario fattore di sviluppo sociale prima che economico.  L’istruzione allenta i vincoli economici e culturali che legano gli individui al proprio ambiente di origine, costituisce il principale strumento di liberazione dall’eredità familiare o geografica in capo alla nascita, aumenta democraticamente le probabilità che i più capaci e meritevoli accedano a funzioni di governo o della pubblica amministrazione, dell’impresa e della politica. La conoscenza è un bene comune non mercificabile, ed è la base della cittadinanza democratica.  Implementarne lo spazio, la qualità, il perimetro è il compito dei modernizzatori del nuovo secolo. Il diritto di accesso ad essa, la libertà di scelta tra le offerte formative,  l’abolizione di qualunque barriera formale e sostanziale che possa limitare il libero sviluppo della capacità umane, critiche e sociali di ciascun giovane del nostro Paese è l’obiettivo primario che un’organizzazione giovanile è chiamata a promuovere. E’ necessario andare oltre la migliore sintesi fra i diversi sistemi d’istruzione europei che, sin dall’inizio del Processo di Bologna del ’99, hanno affrontato i temi della conoscenza. Per garantire un alto profilo individuale e la mobilità studentesca oggi è prioritario non pensare soltanto all’uniformità dei sistemi di formazione, ma aver chiaro che la vera sfida sia garantire la possibilità a ciascuno di esprimere le proprie capacità senza doversi scontrare con le differenti legislazioni europee sul tema dell’accesso.

Le politiche di formazione devono, in definitiva, mirare ad una cultura diffusa che promuova una crescita educativa integrale di cittadini attivi e responsabili, facendo leva sull’unità profonda tra sapere e saper fare, intelligenza umana e acquisizione di competenze: così da dare a tutti una piena autonomia di movimento nella complessità della società sapendo controllare se stessi in rapporto agli altri  e alla pluralità dei linguaggi contemporanei.

Innovazione

L’Italia è un paese che complessivamente genera e produce poca innovazione; ma l’innovazione è stimolata ed alimentata da un’organizzazione sociale ad essa preesistente. Il livello d’istruzione, la facilità di circolazione delle conoscenze, una fiscalità di favore per gli investimenti innovativi, una politica scolastica attenta ai talenti, una meritocrazia diffusa e riconosciuta, una maggiore libertà nelle relazioni interpersonali, un welfare che offra protezione “nel lavoro” e non solo “del posto” di lavoro, sono le condizioni preliminari perché una società generi e ne alimenti la fiamma.
Le tare del sistema Italia si riproducono oramai da anni e si annidano nell’economia, nella struttura sociale e nei meccanismi della governance.  Il made in Italy, quell’alchimia di artigianato e creatività che per anni ha fatto la fortuna del paese, rischia in assenza di avvedute politiche innovative, di trasformarsi in pochi anni da fiore all’occhiello di un’economia dinamica e creativa a fattore determinante dell’espulsione dell’Italia dal ciclo tecnologico. Investire in nuove tecnologie, nuovi processi e prodotti industriali, semplificare la burocrazia per le imprese, favorire e sostenere l’imprenditoria giovanile e femminile, in particolare nel Mezzogiorno, sono gli ingredienti necessari per una ricetta “generazionale” del rilancio economico. Il settore pubblico poi, non potrà non confrontarsi con nuovi criteri di organizzazione e regolazione del mercato, con innovativi sistemi di  produzione di beni e valori pubblici, materiali (le linee ferroviarie e viarie, le scuole, le reti Tlc) e immateriali (il funzionamento della giustizia, la celerità della pubblica amministrazione, l’umanità della esecuzione penale). Il sostegno e la garanzia delle pari opportunità per i suoi cittadini, la promozione dei diritti civili, la difesa dei più deboli e di coloro che non possiedono autonomi e dignitosi mezzi di sostentamento: sono questi i pilastri su cui ergere l’edificio del futuro. Modernizzare una nazione per un’organizzazione giovanile democratica e riformista non può significare soltanto rimodellare il suo sistema produttivo a guisa del nuovo paradigma tecnologico. Significa anche (e soprattutto) attrezzarla alle sfide del presente perché possieda gli strumenti di analisi e di azione necessari per affrontare il nuovo secolo.

Risanamento

Se tuttavia un intervento complessivo sulla competitività del Sistema - paese è fortemente legato all’innalzamento dell’alfabetizzazione superiore e della sua qualità da un lato, e alla riorganizzazione delle produzioni e degli strumenti di governance dall’altro, non si può eludere il nodo dell’intervento necessario sulle determinanti strutturali della spesa.
Nessun disegno generazionale di rilancio può affermarsi senza una riconduzione su valori accettabili e sostenibili della dinamica del debito pubblico. La necessaria compressione delle spese di funzionamento dell’amministrazione di Stato ed enti locali - per essere virtuosa e non esclusivamente “punitiva” - dovrà fondarsi su nuovi e più stringenti criteri di valutazione dei risultati. Un rovesciamento della piramide degli incentivi che introduca reali meccanismi di premialità, per la burocrazia come per le università, gli enti di ricerca, le articolazioni periferiche dello stato, persino le regioni e gli enti locali, contribuirebbe ad un tempo a ridurre i costi e a potenziare l’efficienza complessiva delle pubbliche amministrazioni. È accanto a queste priorità riassumibili nel polinomio istruzione della popolazione – innovazione delle produzioni e dei processi produttivi – risanamento economico, che altre due esigenze per la piena soddisfazione di un disegno “generazionale” del rilancio del paese prendono corpo: la riorganizzazione del sistema previdenziale e la riduzione della precarietà nel mercato del lavoro.

Welfare e pensioni

L’Italia si appresta a divenire la nazione più vecchia e longeva del mondo e che questo avrà un effetto decisivo sulla struttura produttiva, sociale e di conseguenza previdenziale. La spesa pensionistica in Italia è pari al 15,4 per cento del prodotto interno lordo. L’uscita dalle forze  lavoro è massima in corrispondenza dei requisiti minimi di pensione, attestati dopo i processi di riforma a 60 anni di età. Si tratta di una dinamica insostenibile per qualsiasi paese avanzato.
Da decenni il dibattito sulle politiche sociali sembra incentrato quasi esclusivamente sul sistema previdenziale e mai su altre forme di spesa sociale quali il sostegno alle famiglie, ai giovani studenti o ai giovani lavoratori.  Per questo essa necessita oggi di un’ulteriore estensione poiché gli indici di struttura e quelli del ricambio demografico testimoniano quanto il processo di invecchiamento della popolazione italiana sia duraturo ed avanzato. Il rapporto tra il potenziale di lavoro giovane (20-39) anni e quello più anziano (20-59 anni) tenderà a deteriorarsi rapidamente dalla attuale parità a 2 giovani ogni 3 anziani, mentre il ricambio tra generazioni in procinto di entrare nella fascia di età lavorativa e quelle in procinto di uscirne sarà in progressiva riduzione. In assenza pertanto di consistenti flussi migratori, la popolazione italiana è destinata ad avvitarsi in un processo in cui l’unico aggregato in posizione numerica attiva sarà quello della popolazione anziana; ma una popolazione che vede ridursi nel tempo non solo la sua consistenza progressiva ma anche sistematicamente quella dei suoi sub-aggregati economicamente e demograficamente più produttivi, rischia di impoverirsi irrimediabilmente e definitivamente. Il benessere raggiunto non può essere considerato come un dato acquisito o irreversibile. Ciò richiede una grande nuova consapevolezza da parte di una generazione chiamata a farsi carico direttamente di un problema non più rinviabile.

Lavoro

Il precariato generalizzato e diffuso è un inaccettabile svilimento della dignità delle persone e del lavoro, che riparato dietro l’illusorio usbergo della riduzione dei costi mortifica le professionalità, le aspirazioni personali e quelle individuali. Sostenere la bandiera della “civiltà del lavoro”, significa costruire strumenti adeguati a proteggere il lavoratore nel suo percorso professionale, che seppure frammentato e rivoluzionato dai nuovi cicli di produzione, non può restare senza protezione in balia delle sole nude regole del mercato. A pagare il prezzo più alto anche in questo caso sono le giovani generazioni. Esse, in particolare la componente femminile, appaiono nel mercato del lavoro italiano tanti piccoli giunchi esposti ad un monsone. La riduzione della segmentazione del mercato, stabilendo regole più uniformi e in base alle quali il rapporto di lavoro acquisisca stabilità col passare del tempo, è richiesto da motivi di equità in via primaria, ma è anche sorretto da solide ragioni di efficienza. La battaglia per un lavoro sicuro, dignitoso, commisurato alle professionalità e alle competenze di tutti e di ciascuno è il primo dei diritti di cittadinanza cui aspirare, terreno essenziale per lo sviluppo della creatività e della personalità. Una battaglia che una nuova generazione di democratiche e democratici dovrà intestarsi con determinazione e passione.

Concorrenza ed equità

L’intensificazione della concorrenza, l’ampliamento per l’esplicarsi dei meccanismi di mercato sono i restanti ingredienti di una matura e consapevole ricetta “generazionale” per il paese; essi sono, ancora una volta, necessari al rilancio produttivo e complementari a scelte di equità. In un’economia come quella italiana, nella cui storia è tristemente ricorrente il privilegio di pochi fondato sulla protezione dello Stato, la concorrenza costituisce un agente di giustizia sociale.
Essa regolata e corretta da regole semplici, chiare e applicate è il grimaldello più autentico per scardinare quel poderoso grumo di interessi corporativi che in molti campi asfissia la nazione. L’Italia ha bisogno di mercato, di concorrenza, di legittima contendibilità degli spazi privati e persino di alcuni spazi pubblici. Una generazione di progressisti ha il suo nemico nel privilegio e non nel mercato, nella chiusura corporativa e familistica e non nella competizione. Se presidiato da una governance proattiva e coraggiosa, improntata alla realizzazione di pari condizioni nell’intrapresa di iniziativa economica, all’equità e alla giustizia sociale, il mercato resta un poderoso strumento di estensione del benessere e dei diritti individuali, un patrimonio da difendere e da tutelare dalla continua aggressione culturale e politica del pensiero reazionario, nazionalista e protezionista.

Nuovi  diritti

Una forza giovanile e progressista che guarda al futuro ha come obiettivo primario l’ampliamento di diritti, libertà e garanzie per la persona – il singolo come soggetto portatore di diritti –, valvola di conquiste sociali e collettive. La persona umana va tutelata, nella sua integrità,  indipendentemente dal suo essere cittadino, ma anzi con l’obiettivo di una nuova inclusività che sia slegata da nascita, sangue, cultura, cittadinanza. Una forma di individualismo generoso che concepisce la società come luogo degli individui, con un’inversione del percorso tradizionale che conduceva dalla comunità al singolo.

Maggiori garanzie per i detenuti, con l’incremento delle misure alternative al carcere a vantaggio di sanzioni alternative; libertà religiosa, riconoscimento delle confessioni presenti in Italia e sviluppo del sistema delle Intese; promozione di un sistema di norme che non equipari il migrante a mera forza lavoro, riforma del concetto di cittadinanza e voto amministrativo agli immigrati; riforma della normativa sui diritti del consumatore/utente e tutela della privacy; e diritti del malato; politiche di sostegno alla genitorialità; garanzia della libertà negli orientamenti sessuali. Molte di questi battaglie, oltre a permeare necessariamente una cultura politica di centro-sinistra riformista, possono contare su una forte capacità evocativa, in grado di sviluppare senso di appartenenza e desiderio di militanza, in tempi in cui assistiamo spesso al rischio di derive reazionarie, discriminatorie ed a regressioni addirittura razzistiche in segmenti della società e nelle pratiche politiche della destra.

Diritto al protagonismo


Il combinato disposto determinato dal binomio alto debito – bassa crescita non consente interventi di rilancio nazionale tarati esclusivamente sulla leva della fiscalità generale. Essa è importante, e fondamentale è l’azione di recupero degli introiti sottratti da evasione ed elusione; ma creare nuove opportunità di crescita economica in sintonia con la “questione generazionale” significa anche creare e propiziare spazi di protagonismo personale, civile e imprenditoriale.  Negli ultimi trenta anni, in tutto il mondo occidentale si è assistito a uno spostamento in avanti dell’età alla quale i giovani fuoriescono dalla casa familiare definito come “posticipazione della transizione allo stato adulto”. L’Italia non a caso, si pone ai vertici di tale processo, distinguendosi per il tempo di permanenza dei figli nella famiglia d’origine.

Nel resto dell’Unione europea solo un giovane su tre di età 18-34 vive con i genitori. Si sale invece in Italia a oltre il 60%, con una dinamica ancora più sconfortante per quello che riguarda le giovani donne. Tassi di attività e salari sensibilmente più bassi rispetto alla media degli altri paesi industrializzati, disoccupazione, sottoccupazione, precarietà del posto di lavoro a fronte di un welfare che fornisce scarsissima protezione sociale, sono le cause principali di tale ritardo. Un tale sistema che consente (se non addirittura favorisce) la permanenza dei giovani nella casa familiare è ancora una volta iniquo e inefficiente.

È iniquo, perché affidando esclusivamente alla famiglia di origine i compiti di aiuto e sostegno svantaggia chi proviene da famiglie più povere, con uno status socio culturale più basso oltre che da famiglie monogenitoriali o ricostituite. Ciò deprime la mobilità sociale ed è funzionale alla riproduzione nel tempo delle disparità sociali di partenza.  È inefficiente, perché mantenere una così elevata quota di giovani inattivi dal punto di vista lavorativo e riproduttivo, è un enorme spreco per la collettività, che reca pesanti ricadute sul dinamismo sociale, economico e culturale della nazione.  Liberare una generazione significa costruire per essa la possibilità di progettare autonomi spazi di vita, di crescita, di socializzazione e di mobilità Immaginare il futuro significa anche e soprattutto costruire spazi per i più giovani, per la loro creatività, per il loro estro e il loro dinamismo. Nessuna società è mai cresciuta mortificando i suoi eredi, modernizzare il paese significa anche e soprattutto partire da qui. Dipende soltanto da noi, perché scegliendo l’impegno politico assumiamo la consapevolezza che nessuno spazio è concesso. Ma che per rinnovare bisogna essere migliori, più bravi e più forti di chi si intende sostituire alle leve del comando.

Per una nuova cultura politica

Tanto l’economia quanto la società italiana si presentano complessivamente restie ad assecondare l’innovazione, sia che essa riguardi nuovi processi produttivi, nuove tecnologie e prodotti, sia che riguardi l’accesso delle donne e dei giovani al mercato del lavoro o alle professioni liberali. Eppure assecondare il progresso e la diffusione della conoscenza, la capacità di tutti di accedere al ruolo sociale che si desidera e che si merita, la parificazione delle condizioni di vita e di occupazione dei generi, sono i soli elementi che hanno apportato una qualche forma di dinamismo alle società evolute e l’unica strada per sottrarsi alla legge dei rendimenti decrescenti. Sui giovani riformisti di questo paese grava pertanto un onere pesante e meraviglioso. Costruire quell’organizzazione giovanile popolare, a vocazione europea e riformatrice, che abbia le dimensioni e la forza per proporre e sostenere un grande progetto generazionale per il rinnovamento del paese, una forza politica giovanile inedita per la storia e per la tradizione italiana, che possa essere da esempio anche oltre i nostri confini. Il Partito Democratico rappresenta la più grande innovazione politica europea. In esso la nostra generazione, ha dimostrato di credere fortemente. Oggi, a partire da una prospettiva generazionale, possiamo essere noi il pezzo di società italiana che più convintamene fa vivere e da corpo al progetto politico di aggregare i giovani italiani attorno al simbolo e ai valori del Partito Democratico.
 
Per questo, noi, giovani democratiche e democratici, cittadini italiani o giovani immigrati, donne e uomini dell’Italia di domani, diamo vita alla più grande organizzazione politica giovanile italiana.
Una grande organizzazione moderna, che sia il sogno e l’approdo che migliaia di ragazzi e ragazze perseguono da tempo.  Un’organizzazione politica autonoma ed affiancata al partito Democratico, in cui finalmente ciascuno si senta a casa, e non ospite di una carovana perennemente in transizione.  Un corpo ampio e solidale di iscritti, militanti, simpatizzanti, semplici sostenitori, che svolga, nell’interesse generale della nazione, la funzione di rappresentare i giovani italiani che credono nel progresso della civiltà e della scienza, nella ragione, nella pace tra gli uomini e le nazioni, nel valore del lavoro e nella sua difesa, nei diritti umani e civili, nella libertà, nella difesa degli ultimi, dei meritevoli, nella democrazia e nel mercato, nella costruzione di un mondo più equo ma anche e soprattutto più vivibile, da lasciare a chi verrà dopo.

Costruire un mondo migliore è l’aspirazione primaria che nutre l’impegno politico: cambiare la realtà partendo dalla propria strada o dal proprio quartiere. Per questo costruiremo un’organizzazione forte e radicata, capace di essere presente dovunque, dalle scuole alle università, dai luoghi di lavoro a quelli della cultura, ci siano dei giovani cittadini pronti a impegnarsi per un ideale di progresso per i popoli e per gli uomini, nelle dinamiche e produttive città del nord, come nelle troppo spesso dimenticate terre del Mezzogiorno.  L’Italia avrà ancora un posto tra i grandi della terra; per questo obiettivo, per il suo raggiungimento, perché questo contribuisca a favorire lo sviluppo delle nazioni, la pace tra i popoli, la diffusione del benessere e della democrazia, la sostenibilità ambientale ci diciamo giovani democratici e in nome di questi valori costruiremo protagonismo e spazi per una generazione intera.

Una generazione che non ha mai votato sulla scheda nulla di diverso dall’Ulivo prima e dal Pd finalmente oggi, o che non sia ancora mai andata a votare, che non è mai stata iscritta ad un partito della prima Repubblica.  Una generazione nata politicamente dopo il 1989 che oltre a sentirsi italiana si sente pienamente e consapevolmente europea e che in Europa trova il luogo naturale in cui manifestare la sua vitalità e il suo protagonismo; una generazione che vive la mobilità come condizione permanente della propria esistenza che declina i valori europei come consituency di una nuova identità generazionale e collettiva. Un nuovo grande soggetto “generazionale” dove la laicità possa essere la grammatica comune delle forze costituenti, la koiné minimale della convivenza, ma dove tutti e ciascuno vedano rispettati i propri orientamenti, le proprie convinzioni religiose, etiche, morali. I “tempi nuovi” preconizzati da Aldo Moro sono già in noi. Essi, tuttavia, necessitano di essere guidati; con le emozioni forti di chi sa sognare ad occhi aperti e con la concretezza che accetta la sfida di trasformare i sogni in realtà. La storia d’Italia è stata la storia dei giovani italiani.

Dei giovani soldati morti armi in pugno a Cefalonia, come dei ragazzi che hanno animato le Brigate Partigiane. Dei “professorini” alla Costituente, delle giovani generazioni che hanno incarnato il movimento degli anni sessanta senza poi cedere alle tentazioni del terrorismo. Ma è anche quella di tanti ragazzi normali, di storie, destini e volti che nel vivere l’ogni giorno del nostro Paese, l’hanno fatto grande. Giorgio La Pira, nel ricordare il giovane assessore Nicola Pistelli, fece affiggere sui muri di Firenze un manifesto semplice con scritto “da un piccolo chicco di frumento cresceranno tante spighe di grano nuovo”.

Oggi noi seminiamo quel chicco. Sul solco tracciato dai padri che hanno scritto la Costituzione e fondato la Repubblica.  Oggi noi sfidiamo i ragazzi e le ragazze che vivono il presente ad essere all’altezza del passato per costruire un grande futuro.  Facendo incontrare cuore e mente, idee e progetti, passione e realtà. Chiediamo alla nuove generazioni che abitano il presente di mettersi in gioco, di essere generazione di governo, di scrivere un pezzo importante di storia della nostra comunità, di rifiutare il nulla, il poco e il menopeggio.  Di scegliere il coraggio, la partecipazione, il confronto.  Di essere, insieme a noi, coloro che cambiano l’Italia.  Di essere insieme a noi, Generazione Democratica.





permalink | inviato da generazionepd il 7/9/2008 alle 19:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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